Paolo D’Agostini / La Repubblica.it

Il lavoro, anzi più spesso la sua mancanza, il non-lavoro. Il palinsesto del festival, ruotando attorno a Ken Loach, ha creato le occasioni che consentono di notare fili più o meno rossi. Ma di consolazioni ideologiche manco a parlarne, la solidarietà è incerta, la consegna obbligata è “ognuno per sé”. Daniele Segre va in Sardegna per documentare la protesta degli operai della Nuova Scaini incatenati Asuba de su serbatoiu, cioè su minacciosi bomboloni di gas propano. Erano migliaia nella zona di Villacidro ed erano centinaia alla Nuova Scaini, già dell'Eni, produttrice di batterie per auto che si esportavano in tutto il mondo. Ridotti a quattro gatti, come i ferrovieri privatizzati di Loach in nome delle stesse parole magiche “mercato” “flessibilità” e “competizione”, dovranno vedersela con i nuovi scenari. Ma la controparte è un governo di sinistra. Non è una “fiction”, è tutto vero ed è finita male: la videocamera, impotente, registra il loro fallimento.
Di un lavoro antico e di antiche servitù i pescatori dei Malavoglia, de La terra trema ma aggiornato alla condizione dei nuovi schiavi, gli immigrati clandestini, racconta un bel debutto italiano. Quello di Vincenzo Marra con Tornando a casa, selezionato dalla Settimana della Critica. Accompagnato con discrezione, non può però passare inosservato, da Nanni Moretti che lo distribuisce sotto la sigla Sacher e il logo della Vespa. Che dice: “l'ho visto, mi è piaciuto molto e l'ho preso ma solo dopo essermi accertato che Venezia non lo avrebbe selezionato per il concorso ufficiale”, della cui giuria sapeva già che sarebbe stato presidente. Una storia semplice, un linguaggio incisivo, personaggi e attori, o non attori, intensi ed efficaci. Ma il vero pendant a Loach è il francese Laurent Cantet, la rivelazione di Risorse umane, che si piazza favorito per il Leone dell'anno con L'emploi du temps. Titolo ambivalente l'impiego è il “posto” ma anche l'utilizzazione del tempo per un film che ha prosciugato di ogni elemento di cronaca nera la doppia vita del personaggio reale cui il suo protagonista si ispira.
Vincent ha perso il lavoro da mesi ma alla famiglia non Io ha detto, tutto deve continuare come prima. Ma soprattutto, così come Cantet non ci fa sapere per certo se l'hanno cacciato o ha mollato lui, in Vincent disperazione e liberazione convivono. E quando alla fine rientrerà nei ranghi di un nuovo “impiego” dopo aver forzato lo sdoppiamento fino al confine del sostenibile (fa avanti e indietro con la Svizzera fingendo di essere consulente di un organismo dell'Onu l'ironia del regista non risparmia l'ipocrisia dei programmi solidali rivolti ai mercati africani e si fa dare con l'inganno soldi da amici promettendo fantomatici investimenti in Borsa), non è detto che sia un happy end.
Secondo il regista “è una rinuncia. Vincent scopre con piacere la tentazione dell'illegalità” che è anche una promessa di libertà, di un'altra vita liberata dal lavoro. Ma a differenza di Loach, Cantet si professa “più umanista che militante”. Non è interessato a un “cinema dimostrativo ma allusivo”.