Umberto Cocco / Il Manifesto

L'ultima notte hanno scritto una canzone, un brano in sardo campidanese. «Per rompere il silenzio, per passare la notte. Poi abbiamo scoperto che ci dava energia». Sarà la colonna sonora del documentario che da due giorni sta girando con loro Daniele Segre, il regista di «Dinamite», film sulle miniere poco lontane, dove hanno lavorato, si sono ammalati e a volte ne sono morti i padri degli operai di questo nuovo dramma sardo, a Villacidro.
La canticchiano la canzone adesso durante il giorno, e sorridono della loro vena. è un brano che si salmodia al ritmo di una «Repentina», genere di cantilena popolare diffusa nell'area meridionale della Sardegna. Ci si scambiava versi d'amore, lazzi, nei certami delle feste, nei villaggi contadini. «Cantiamo la storia di questa fabbrica, e questo gesto, di salire quassù. Diciamo di non volere scendere prima che ci garantiscano che non ci verrà tolto il lavoro». Così si è spezzato il silenzio della quindicesima notte sotto la tenda di plastica e teloni da camion, sulle gigantesche bombole posate a forma di missile in un recinto del grande cortile della Scaìni, fabbrica di Villacidro ora in liquidazione, occupata da due settimane dai centocinquanta operai dei cinquecento di una volta, il 1979, quando aprì. Sei di loro, il volto mascherato, in forma anonima, hanno deciso il gesto clamoroso, accampati sui serbatoi carichi di otto tonnellate di gas propano. Il silenzio si è rotto, fuori, attorno a loro? «Ne ha parlato il TG3, i giornali locali, poi basta». La solidarietà del territorio scatta come sempre, come un riflesso condizionato.
Sono vent'anni che le fabbriche aperte negli anni settanta in questa area del Medio Campidano, ai confini tra la grande pianura meridionale dell'isola e la zona mineraria fra Arbus e Iglesias, chiudono, pian piano, fra cassa integrazione, riconversioni sbagliate, privatizzazioni fallimentari. A metà di quegli anni, c'erano tremilacinquecento occupati solo tra Snia e Filati. Adesso trecento, in quel che resta: la Keller, vagoni ferroviari, la Scaìni, e in una fabbrica per la produzione di aerei ultraleggeri, in crisi anche quella. Alle dieci del mattino arriva il sindaco di Guspini, Tarcisio Agus: firma un assegno di due milioni, è il contributo di una delle poche giunte di sinistra rimaste in quest'area una volta rossa. è la quota che mancava per pagare i biglietti della nave per una delegazione da inviare a Roma: «Il viaggio si fa, grazie a questo sostegno», dice Walter Saiu, segretario della Fiom. operaio Scaìni. Così oggi quaranta di loro partono alla volta della capitale, si imbarcano a mezzanotte sul traghetto veloce della Tirrenia, dal porto di Olbia, confusi tra i turisti. Dall'alba di domani aspetteranno davanti alla sede dell'Agip petroli di essere ricevuti dagli amministratori dell'ente, per sapere cosa sarà della loro fabbrica.
Tre linee per la produzione di batterie per auto, ferme da due anni, da quando è fallita la privatizzazione avviata dalla società dell'Eni, che aveva affidato l'industria a una società svizzera costituita soltanto qualche mese prima, e contro l'opinione del sindacato. L'Agip ha il venti per cento del pacchetto azionario, ma non vede l'ora di liberarsene. Il sindacato chiede che invece svolga un ruolo in una nuova privatizzazione, seria, stavolta. Gli operai hanno fatto di tutto, in questi mesi. Una marcia a Cagliari, per chiedere il sostegno della giunta regionale. Avevano ottenuto dall'Agip, dopo l'uscita di scena del privato svizzero, l'impegno a cercare altri padroni. Ce ne sarebbero due, in lizza, un italiano e un russo. Dice Gianni Melosu, delegato Fiom: «Non vogliamo sopravvivere per qualche mese soltanto con soluzioni fittizie. Chiedano almeno un piano industriale, come non fecero con la società alla quale hanno affidato la fabbrica nel 1997. Facciano in fretta, e.l'Agip non ci liquidi, come ha fretta di fare».
Sono quaranta, cinquantenni, lavorano qui da vent'anni. Padri di famiglia, con un solo reddito. Da un anno non percepiscono il salario, gli è negata la cassa integrazione. Hanno consumato la liquidazione, un milione e trecentomila lire al mese. Finita anche questa risorsa. «Arrivano buste paga di mille lire: io l'ho incorniciata, mi vergognerei ad andare a cambiare l'assegno», dice Renato. L'ultima busta di una delle poche donne impiegate alla Scaìni, Immacolata, ha il segno meno. «Devo restituire duecentocinquantamila lire».
La solitudine, è l'incubo che ha fatto precipitare la protesta. Il pensiero dei drammi da consumare in casa. Dice Daniele Segre: «lo che la conosco, è quella che ho visto nelle facce di questi operai, a un T3, qualche giorno fa». Il regista Daniele Segre è qui da venerdì. è con il suo operatore in una tenda accanto a quella dei sei sardi. «Vorrei dare un contributo a risollevare il loro spirito, tutto qua. Che il mio lavoro sia uno strumento della loro lotta sacrosanta, persino al confine con il paradosso: cercano un padrone per lavorare insieme e produrre beni da immettere sul mercato. Non era il verbo di questi anni?». Lo hanno accolto con fiducia. Conoscono «Dinamite». Sono figli e nipoti dei minatori, e la fabbrica di Villacidro è nata per lavorare lo zinco estratto qui vicino. «Portano questo passato doloroso e carico di dignità come un tatuaggio indelebile».