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“Ragazzi di Stadio” è il titolo della doppia fatica (cortometraggio e libro fotografico) realizzata da Daniele Segre sul finire degli anni Settanta. Chi conosce Segre sa bene quanto i suoi lavori siano “socialmente impegnati”, preoccupati cioè di scavare e scovare quelle parti di quotidianità in ombra, dimenticate o comunque poco considerate da grandi media.
Gli ultras erano, in quegli anni, degli “sconosciuti” a tutti gli effetti, o per meglio dire rappresentavano una realtà ancora in via di radicamento che, agli occhi dell’opinione pubblica, assumeva visibilità ed attirava attenzione solo con al verificarsi di atti di violenza e teppismo (cosa in verità che non è di molto diversa da oggi…).
Il valore dell’opera di Segre, quindi, sta proprio nell’essere stata, di fatto, il primo tentativo di andare a conoscere e capire chi fossero quei ragazzi che dentro lo stadio, gli stadi, si stavano pian piano conquistandosi un ruolo di protagonisti.
“Ragazzi di stadio”, parallelo sportivo dei “Ragazzi di vita” di pasoliniana memoria, forse: i protagonisti sono gli ultrà del Toro e della Juve, intervistati individualmente o a piccoli gruppi.
Segre li stimola, con garbo e tenacia, al racconto delle loro esistenze, delle difficoltà che quotidianamente incontrano a scuola o al lavoro, sempre che non abbiano imboccato altre strade…
L’essere tifoso, anzi ultras, resta spesso sullo sfondo, per poi assumere importanza e significati quando si capisce, o si cerca di far capire, perché questo nuovo modo di vivere la passione calcistica diventa un vero e proprio rifugio comunitario, dove viene cercato un mondo a misura dei propri desideri e delle proprie esigenze di giovani.
Non è casuale, infatti, se si intravede una sorta di metaforica staffetta nel mondo giovanile, dove il testimone passa dalla politica (che, pur contando ancora molto in quegli anni, comincia la fase del cosiddetto riflusso) ad altre culture giovanili, quella ultrà nel caso specifico. Così, per esempio, i muri delle città non sono più monopolio solo degli slogan politici ma cominciano a raccogliere messaggi di matrice ultras.
Nei volti e nelle parole di quei ragazzi (ma non mancano le girls) convivono speranza e disincanto, ingenuità e maturità, spesso l’essere diventati adulti a tappe forzate (altro che “Sindrome di Peter Pan”). Difficile se non impossibile fare un paragone con gli ultras del 21° secolo, soprattutto perché, appunto, è profondamente diverso il contesto sociale ed economico di riferimento.
Tuttavia “Ragazzi di Stadio” ci offre la possibilità di conoscere in presa diretta i riti ed i miti dei pionieri del tifo ultras: le collette, il materiale grezzo e pur innovativo, le coreografie fatte con pochi soldi, il delinearsi di amicizie e rivalità con i tifosi di altre squadre.
Favolosi, in proposito, gli ultimi 10 minuti del video e le ultime fotografie del libro, che documentano le due curve in occasione di un derby stracittadino. Si mescolano fumogeni e bandiere, bastoni e coriandoli, grandi croci e sciarponi con frange lunghe una spanna.
Dirà qualche anno dopo Segre, ricordando quell’esperienza: “Mi sono trovato imbarazzato, consapevole e nello stesso tempo testimone della grande solitudine di tanti ragazzi, che non trovano altra via per uscire dall’anonimato”.
Forse è questo quello che più accomuna gli ultras nei loro primi trent’anni di vita: laddove la società non ha saputo dare altri punti di riferimento, i giovani se li sono tenacemente conquistati e difesi nelle curve degli stadi.

N.B. Nei prossimi numeri continueremo a parlare di “Ragazzi di Stadio”, proponendo altre immagini ed approfondimenti sul mondo ultras di quegli anni.