Emanuele Bigi – cinema.dada.net

In occasione dell’anteprima romana, alla Casa del Cinema, di Mitraglia e il Verme, l’ultimo film di Daniele Segre, presentato in concorso alla recente edizione del Bergamo Film Meeting, abbiamo incontrato il regista che racconta le varie fasi di realizzazione di un lavoro di ricerca, giocato sulla grammatica del piano sequenza, sulla caratterizzazione dei due protagonisti, interpretati dagli ottimi Stefano Corsi e Antonello Fassari e sulla sceneggiatura. Un film teatrale, in cui la macchina da presa è fissa e solo osservatrice dei movimenti dei personaggi. Un’opera composta da tre atti e quattro piani sequenza.

Come nasce Mitraglia e il Verme?

Nasce da lontano quando due anni fa ho realizzato Vecchie. Da quella esperienza ho voluto continuare quel tipo di lavoro, di sperimentazione sul cinema del reale. Un progetto che è ha visto coinvolti da subito i due attori. Abbiamo iniziato a lavorare in un laboratorio come per Vecchie.

Provavamo in uno scantinato di un amico di Stefano. E’ stato una continua evoluzione. Molte cose infatti sono cambiate direttamente sul set, perché si è venuti bene a conoscenza del punto di vista della macchina da presa. Lì poi sono nati i movimenti degli attori.

Quanti giorni sono stati impiegati per le riprese e qual è stata la parte più difficoltosa da realizzare?

In tutto abbiamo impiegato sette giorni, dopo il periodo di laboratorio. La parte più difficile è stato certamente il secondo atto, per la presenza scenica di elementi nuovi, come i ceri e la bara, ma soprattutto per i cambi di costume che dovevano essere fatti in tempi rapidissimi. Troppo rapidi, a tal punto da non riuscire a microfonare a dovere gli attori, così ho deciso di fermare le riprese in un determinato punto della scena per gestire il tutto con più calma.

Dove avete girato?

In un teatro di posa vicino al carcere. Potevamo solo lavorare di notte, dalle 23.00 alle 3.00 di mattina. Un bel sacrificio.

La scelta della macchina da presa fissa è stata adottata da subito?

Sì, il mio percorso parte dalla realtà per poi passare da Vecchie e arrivare a Mitraglia e il Verme. La scelta è stata presa per due questioni, una produttiva, l’altra strettamente drammaturgica, mi permetteva di costruire i movimenti degli attori. Certo non farò per tutta la vita film di questo tipo, sto già pensando a qualcosa che coinvolga anche la fiction.

E per il bianco e nero è stato lo stesso?

C’è anche la versione a colori, in caso la televisione volesse comprare il film, ma da principio ho preferito la versione in bianco e nero. E’ una storia che vedo solamente così, come Vecchie.

Chi sono stati i suoi collaboratori?

Molti giovani del Centro Sperimentale di Cinematografia, dove insegno, tutta la troupe era composta da studenti. E devo ammettere che la loro dedizione mi ha emozionato e sicuramente senza di loro il film non si sarebbe realizzato. Ho avuto anche un giovane sceneggiatore come compagno di viaggio che mi ha aiutato a scrivere la seconda parte del film.

Come hai scelto gli attori?

Conoscevo Stefano e lui mi ha fatto conoscere Antonello. Prediligo gli attori di teatro, in questo caso di formazione ronconiana, perché hanno delle basi solide su cui poter contare, su cui lavorare e sviluppare la tua ricerca. In questi trent’anni mi sono nutrito di palcoscenico e i suoi figli mi ispirano fiducia. Per me l’attore di cinema e di televisione non è un bravo atleta, ho paura che non sia in grado di arrivare ai tempi supplementari se lo richiedo. Comunque è difficile trovare attori di teatro che credano in progetti come questo. Ma Mitraglia e il Verme esiste soprattutto grazie alla disponibilità totale di Stefano e Antonello che hanno accettato di lavorare con me a certe condizioni. Sono da ammirare.

Sta incontrando problemi per la distribuzione del film?

Ci sono molti problemi, credo che sarà molto difficile vederlo distribuito nelle sale cinematografiche. Prima di tutto perché è girato in digitale. Anche se continuano a nascere sale di proiezione che lo supportano. Ma c’è un altro problema molto grave. A fronte di un continuo evolversi della tecnologia c’è il fermo del ministero per ottenere i premi con opere realizzate in digitale. Il paradosso è che non essendo un prodotto in pellicola non sono considerato regista degno di richiedere i premi ministeriali. Mi sembra ridicolo.

Ritornando alla distribuzione, non sono ottimista, siamo in una situazione oligarchica in cui assistiamo al predominio della televisione. Opere come queste non hanno diritto di visibilità, soprattutto in Italia dove non esiste un’industria cinematografica. E questo è un grave problema che dovrebbe essere affrontato in modo maturo dalla politica e dalla produzione.

E’ già un miracolo che con Antonello e Stefano abbiamo realizzato questo lavoro, in più l’occasione di presentarlo alla Casa del Cinema è straordinaria, soprattutto per l’incontro con il pubblico, l’aspetto che più ci gratifica nel nostro lavoro.