Stefano Della Casa/ La Stampa – Torinosette

Cesare Zavattini, uno dei nomi più importanti del neorealismo, lo aveva già detto parecchi anni orsono: «Il cinema italiano è in crisi da quando i registi non prendono più l’autobus». Voleva dire che, da quando i registi avevano rifiutato un contatto con la realtà e con il quotidiano, le fonti d’ispirazione si erano progressivamente inaridite; mentre il cinema italiano era stato grande fino a quando era stato lo specchio della società e delle sue evoluzioni.
Da una considerazione simile deve essere partito Daniele Segre quando ha iniziato con la sua società, la Cammelli Factory, un corso di video diretto ai giovani, ma molto diverso dalle altre iniziative che sono proliferate in questi anni. Segre è noto per aver diretto una serie di documentari su vari argomenti in cui risalta la sua grande capacità di far parlare le persone; ma anche la serietà nell’analizzare il problema che è oggetto del film, si tratti del problema-droga («Ritratto di un piccolo spacciatore»), del tifo calcistico («Ragazzi di stadio») o della cosiddetta «devianza» («Non c’era una volta»). E i saggi di regia di fine corso (16 gli allievi) sono stati realizzati andando a cercare la realtà, la vita quotidiana, i personaggi che normalmente vengono trascurati perché scomodi, o perché non rientrano nel. cliché più diffuso di questo periodo, cioè la «normalità».
Davide Di Lernia, ad esempio, ha intervistato un ragazzo che ha una vicenda personale molto anomala. «Davide Rosa») (il nome del protagonista è anche il titolo del video) è infatti laureato in lettere, ma non può lavorare: con grande lucidità racconta che questo avviene perché è considerato un pazzo da quando si è rifiutato di giurare facendo il servizio militare, finendo così in prigione per quattro mesi. Il suo monologo è raccolto dal regista con grande pudore, con il rispetto che merita questa ribellione solitaria e disperata. Giacomo Ferrante e Ezio Riberi hanno scelto invece di cogliere al volo una discussione avvenuta una domenica mattina a Porta Palazzo, in cui si nota il diverso atteggiamento di alcuni immigrati meridionali nei confronti degli immigrati: prevale un’intolleranza che dimentica le difficoltà che gli stessi protagonisti, nella medesima condizione, hanno subito in passato, anche se ricorre insistente una frase che dà il titolo al video stesso: «Se prendessero lei e lo mandano via?», dietro la quale si materializza una sorta di solidarietà istintiva. «Angela», la protagonista del video di Simona Castagnotti, è una signora anziana che vive da sola e che racconta i ricordi del passato e le poche emozioni del presente: il gioco del lotto, i quiz di Canale 5 e l’odio per il traditore Pippo Baudo, che un po’ sta con la Rai e un po’ con Berlusconi. Enrico Verra e Luisa Torta raccolgono invece i ricordi di Piergiorgio Crosetto, neoconsigliere comunale che ha interessato i giornali più per il suo passato che per il suo presente. Simona Castagnotti, Maria Riccobene e Paola Richiardi con «Lilli» hanno raccolto le confidenze di giovani coppie di fidanzati, mentre Giacomo Ferrante con «Giovani alla Falchera» ha usato telecamera e microfono per registrare frammenti di vita quotidiana in uno dei quartieri più difficili di Torino. I saggi non sono finiti qui, ma il materiale è più che sufficiente per capire che si tratta di un semilavorato, di esercitazioni, di appunti. Il corso non è finito e proseguirà il prossimo anno con nuovi obiettivi. Ma l’obiettivo principale è quello di costruire un gruppo, un’entità che continui questa ricerca; una ricerca che, per usare ancora le parole di Zavattini, si configura nel «pedinare la realtà». Una strada coraggiosa, non certo facile: ma forse l’unica veramente utile.