Adriano Marenco – Cinemavvenire.it

Daniele Segre prosegue il suo viaggio nel limbo dell’uomo, un autore sempre ai margini, sempre in lotta col “sistema”, sia all’esterno del cinema sia all’interno del circuito cinema. In Mitraglia e il Verme mescola il teatro dell’assurdo con quello politico, nell’ansia di una continua ricerca di verità. Mitraglia e il Verme nasce con e sugli attori, bravissimi Antonello Fassari e Stefano Corsi, e sposa urgenze di lotta fisiche e morali. Si sentono gli insegnamenti e le pulsioni del regista teatrale Carlo Cecchi, in Segre, che sposa il lavoro collettivo, mirante alla creazione come in un workshop, con l’unificazione nella visione del regista. Il tutto viene registrato da una telecamera fissa per ognuno dei tre atti di cui consta il dramma. Ogni atto viene illuminato da una porzione di luce differente, livida e seppia, iperrealistica. Ogni atto è un’accusa costruita sulle povertà, morali e fisiche della società. Perché di questo si tratta, di teatro e cinema, e stavolta le due istanze non cozzano depauperandosi a vicenda. Anzi, teatro e cinema risultano potenziati nella storia del Verme, guardiano-filosofo dei cessi sotto un mercato ortofrutticolo, e dell’organizzatore degli scarichi della merce che soffre dannatamente di calcoli ai reni. Nelle situazioni che affondano in un grottesco umanizzato, per liberarsi dalla pesantezza della didascalia e poter così rimandare a un significato altro, e alto, leggiamo in tutto ciò la lezione dei drammi di Harold Pinter, come Il Calapranzi, filtrato da un pizzico di cinico tivvù.
Significativa la somatizzazione del dolore in Mitraglia, che soffre di calcoli, che però ama quasi come figli, che sono aggravati dal continuo contatto con i pomodori, il cui potassio è letale. Ma Mitraglia non può vivere senza l’ortaggio in questione, perché organizza continuamente il loro arrivo e scarico.
Mitraglia tiranneggia, benevolmente, il Verme, minaccia i poveracci per i quali fa da strozzino, tradisce la moglie con una puttana, per lei si mette tutto in ghingheri ma inutilmente perché non è in grado di soddisfarla sessualmente, organizza piccole truffe con gli ortaggi, insomma si atteggia a re dai cessi, ma le voci da fuori lo spezzeranno. I bagni diventano il grembo di verità dell’uomo, unico luogo in cui essere padroni, in cui sognare, in cui sperare una vita migliore. I bagni vengono però invasi da una voce metallica che ordina e comanda, voce che richiama all’esterno e tiranneggia i protagonisti. I bagni vengono violati anche dal cellulare di Mitraglia, suo legame con la società esterna, con cui cerca di costruirsi un avvenire, ma le comunicazioni che riceve, pian piano, lo spogliano di tutto il potere di cui si è ammantato, lasciandolo veramente solo in un cesso pubblico. L’invasione dell’utero da parte delle voci creerà i presupposti per la catastrofe.
Il Verme, il guardiano, viene schiacciato dalla passione per il gioco ai cavalli, tutta la sua vita è sprecata nel sogno della vittoria; il gioco è però l’unica cosa che lo tiene in vita mentre pulisce il piscio; a conti fatti, lui sa ancora sognare. Il sogno è il secondo atto, ed è una grossa vincita, la vincita attesa da una vita. I pisciatoi al muro formano un quadro con combinazioni d’ombre espressioniste; ma anche nel sogno non c’è pace, e la sconfitta, sempre in agguato, si manifesta sotto l’incubo del licenziamento da parte di Mitraglia, l’incubo, nonostante la vincita, di perdere i suoi cessi per far posto ai bagni a gettone.
Tutto il dramma è un atto di accusa nei confronti di una società allo sbando, prevaricatrice e traditrice, dove ha diritto di esistenza solo chi possiede il potere, qualsiasi esso sia: finché c’è qualcuno sotto di te si può vivere. Daniele Segre manda in scena un’autentica istruttoria, l’aula del tribunale sono i cessi pubblici, gli accusatori sono un Verme, filosofo del pisciatoio, e un piccolo tiranno spogliato, che quasi vive solo per i suoi calcoli renali; gli accusatori sono gli sconfitti. Ma nell’Istruttoria di Peter Weiss c’erano atti processuali da dire; qui c’è solo accusa senza processo, senza legalità, con l’impossibilità della giustizia anche se imperfetta. I colpevoli veri, quelli, non pagano mai più.