Tullio Masoni/Cineforum n. 501

Qualche mese dopo un incontro avvenuto a Ravenna nel gennaio 2009 in occasione di una sua mostra, la fotografa genovese Lisetta Carmi scrive a Daniele Segre per invitarlo a Cisternino, in Puglia, dove vive da quarant’anni e ha fondato l’Ashram (una comunità induista) per il guru Babaij. La donna vorrebbe raccontare al cineasta la storia della sua vita, cominciata il 15 febbraio del 1924 in via Sturla a Genova da una famiglia borghese di origine ebraica. La Carmi, che da bambina preferiva vestirsi da maschio decidendo presto che non si sarebbe mai sposata – « Non voglio padroni! » – è avviata agli studi di pianoforte e dimostra talento; poi arrivano le leggi razziali del 1938, l’espulsione dalla scuola, la necessità di prendere lezioni private. Dopo la guerra qualcuno le dice che assomiglia a Cartier-Bresson; si dedica perciò alla fotografia, stimolata da un ambiente culturale assai vivo, come quello della Genova degli anni sessanta. Conosce Emanuele Luzzati, Tonino Conte, Aldo Trionfo, e molti altri artisti che operavano fra il “Teatro della tosse” e la “Galleria del deposito”. Come reporter indipendente si rivolge ai giornali proponendo servizi sui portuali, i bambini, i viaggi che compie in Sardegna, Israele, Parigi, Venezuela, Messico, Afghanistan…Sempre negli anni sessanta viene a contatto, nel quartiere della Genova vecchia, col mondo dei travestiti, dal quale, per iniziativa di Sergio Donnabella («che non era un editore ma un uomo illuminato ») nel 1972 sortirà un libro editorialmente fine e “scandaloso”. La fama internazionale arriva con gli undici ritratti di Ezra Pound, che ottengono il Premio Niépce. Quando alla fine degli anni settanta le sono offerte dall’industria possibilità di lavoro ben remunerato, Lisetta Carmi smette di fare la fotografa.

Preludio, prologo, ellissi

Dal buio dei titoli di testa arrivano le note di Bach, poi appare Lisetta Carmi seduta al pianoforte; o meglio, le sue mani ingrossate di donna anziana riflesse dallo specchio che sormonta la tastiera. La donna sta suonando, sapremo presto, il Preludio I per clavicembalo ben temperato; la telecamera va lentamente dallo specchio alla figura di profilo, si alza appena per inquadrarla, poi scende e torna indietro, cioè alle mani, finché una dissolvenza scura chiude il movimento. Perché lo specchio? Ci tornerò più avanti; ora vorrei rilevare che il prologo, apparentemente concluso, sta solo preparando una laboriosa replica, una “tautologia” arricchita da brani di memoria e da altre immagini. Una sintesi, vorrei dire, che raccoglie l’impatto col luogo, mentre sottesi flash-forward definiscono man mano il personaggio e i suoi racconti.
L’esterno, cioè il paese di Cisternino, appare in una suggestione mediorientale. La donna vi cammina curva, coi sandali ai piedi, una tunica e una sciarpa leggera addosso; bianco, azzurro, poi lo stacco sul verde-oro di ammalianti uliveti. Il regista la segue; usa di proposito, credo, la camera a mano, e l’impenna quando lei sale con difficoltà la lunga scala d’ingresso. Più avanti la Carmi racconterà della notte sulle Alpi, quando era fuggita dalla persecuzione con la famiglia; dal canto suo Segre, in certa misura, ha voluto preparare il senso di quella lontana fatica, “condividerla” forzando se stesso e la macchina.
L’abbaglio dal foro di un tronco, la testa di un bambino fra le gambe di una partoriente, il rilievo in marmo di una figura femminile inginocchiata davanti a un teschio. Tre immagini: la prima a colori, le altre due in bianco e nero (dovrebbero essere opera della protagonista) nelle quali, con certa brutale franchezza, Segre riassume il nascere e il morire, la simbologia naturale (il foro del tronco filtra l’immediato sfolgorio da una cornice vecchia) quella documentaria del parto e quella storica, allegorica del cimitero. Come la luce dal tronco, così la luna che scorre fra le nubi sull’uliveto; così, ricorda la donna, la stessa luna nella notte invernale fra i monti quando la famiglia ebrea cercava di raggiungere la Svizzera.
Ed ecco la stanza, di nuovo, ecco le note del Preludio I di Bach, scorse dalla telecamera sullo spartito e suonate. Siamo tornati al prologo, ma in forma e tempo più densi. Il regista asseconda col montaggio le scansioni del brano musicale, e nondimeno adotta il suo tempo costante; concepisce cioè una sequenza da interno a fuori, che ha l’armonia del piano senza stacchi. C’è lo spartito, poi ci sono le foto di famiglia alle pareti, poi la finestra da cui scendere e portarsi all’inquadratura di Lisetta in campo medio che suona, poi l’esterno “arabo”, le vie, i tetti, le macchie colorate dei panni stesi e dei fiori sui terrazzi, la gente che popola tanta bellezza naturalmente…e ancora le note del Preludio, che si spengono perfette, assieme ai rintocchi di una campana.
Il prologo-preludio che scaturiva dai titoli di testa è diventato il flash-forvard di questa magistrale sequenza; l’intimità di Lisetta Carmi, che ringraziava Segre per averla indotta a tornare sul pianoforte ha dato luogo, ellitticamente, ad altri flash-forward che ora – dalla casa, all’esterno, al paese tutto – sono raccolti dalla sintesi in un unico significato: l’amore della donna per il luogo di vita che ha scelto.

Lo specchio

I ritratti di Ezra Pound rappresentano senza dubbio un esito estetico non superabile, nel lavoro della Carmi. Soprattutto se si considera che, in certo qual modo, sono “istantanee”: undici scatti su venti, per quattro minuti di sosta davanti alla casa del poeta malato. Quattro minuti di drammatico silenzio, che la fotografa ha saputo cogliere e sublimare immediatamente. Tutto Pound, dice adesso, la solitudine, la grandezza interiore, la disperazione; e ancora, sempre, il silenzio, il totale silenzio da cui il poeta si sapeva «sequestrato». Undici “istantanee” per scoprire l’infinito (lo sguardo altero, sofferente e solenne di Pound), e dare testimonianza dell’alta intuizione attraverso la quale esseri diversi e lontani possono, anche se solo per quattro minuti, stabilire un giusto e irripetibile contatto:…For two gross of broken statues, / For a few thousand battered books. – Per qualche centinaio di statue rotte, / Per poche migliaia di libri a brandelli. (trad. Rizzardi)
E’ vero anche, però, che la lunga esperienza coi travestiti aiuta meglio a capire una necessità profonda, morale. In epoca “proibita” la Carmi accetta di avvicinarli, di farsene complice, amica e cantore; con la spregiudicatezza che è solo degli spiriti luminosi, cioè di coloro che riescono a guardare naturalmente e con curiosità oltre i confini imposti dalla storia, Lisetta si affeziona a Elena, già gruista all’Italsider, alla religiosissima Morena, a Gitana, poi immortalata sulla copertina del libro-scandalo, che possiede un De Pisis autentico perché del pittore è stata amante.
Non per caso uno dei flash-forward inventati da Segre, nella prima parte del film, rompe l’abbandono di un soleggiato campo di ulivi col volto in bianco e nero di un giovanissimo travestito.
Perché, mi chiedevo in apertura, il regista ha voluto cominciare con lo specchio? La risposta che avevo in mente subito mi sembra ora più attendibile: c’è affinità di interessi fra l’autore di Vite di ballatoio (l’opera del 1984 ambientata nella Torino dei transessuali e dei travestiti) e Lisetta Carmi, ma la comune preferenza di figure o personaggi non direbbe molto se non fosse parte di una più profonda vocazione. Non è, ovviamente, il fascino dell’anomalia che spinge uno e l’altra fra persone “insolite” (anche gli operai di Crotone lo erano, e del Sulcis, i malati di Alzheimer, i portuali, i bambini), ma l’idea che la realtà è sempre più larga e complessa di quanto si pensi normalmente, e che non bastano per inquadrarla le categorie sociologiche generali; occorre andare alla persona, cercare il confronto e, soprattutto, raggiungere un sentimento di naturalezza.
Fra la spontaneità della Carmi che non arretra di fronte alla sorte di sconvolgere i famigliari e, ben che le vada, può essere accettata come “matta”, e il fine perseguito dal cineasta torinese: fare cinema con la realtà, corre la stessa linfa. Lo specchio rende simili e diversi uno all’altro, ma ha permesso loro di riconoscersi al primo sguardo.

La ricerca della verità, il silenzio

Lisetta Carmi è ebrea e in certa tipica disciplina è cresciuta: niente di ciò che non era fatto in casa si poteva mangiare, tutto sarebbe stato dato ai figli per la salute gli studi, ma il resto avrebbero dovuto guadagnarselo, la madre era molto onorata dal marito ma le decisioni spettavano sempre a quest’ultimo benché, forse, in qualche caso segretamente consigliato dalla moglie. Ha vissuto la cacciata dalla scuola a causa delle leggi razziali del 1938, poi la persecuzione; è stata in Israele, nella sua faccia androgina porta chiari i segni della razza, e tuttavia una forza la spinge lontano, fuori dai confini del costume e della religione, per incontrare un’umanità su cui non può smettere di interrogarsi: «Capire l’umanità – dice – le persone come vivono, cosa fanno ». Per tale scopo le serve l’innocente amoralità che, ad esempio, favorisce la simpatia coi travestiti; le sue polemiche, benché lucide e taglienti, sembrano rare : « Non loro erano schifosi, piuttosto i clienti: alto borghesi, preti, stranieri…», o ancora: «Quando Fachinelli chiese a Cesare Musatti di scrivere una presentazione per Travestiti, quello si rifiutò dicendo che era gente da chiudere in un ospedale…Così, il grande Musatti!..».
Quanto al resto, una ostinata, serena disponibilità la spinge instancabilmente verso la contaminazione culturale; e se ha deciso di rispondere alla chiamata di un guru, ciò non ha richiesto alcun sacrificio di libertà. Per lei – e per Segre, basta considerare l’ormai lunga esperienza di cineasta – ricerca, conoscenza e amore per gli uomini coincidono, sono materia dell’ineludibile contrasto per cui la meraviglia del vivere e del capire deve scontare la condivisione di gioia e dolore.
Nella sequenza poco sopra ripercorsa Segre metteva tecnica e stile a servizio della musica, ma lasciava anche indovinare un bisogno di silenzio; far musica” con la telecamera presuppone un abbandono nel vuoto, un’azione che, servendo, tace in sé.
La Carmi conclude dicendo che la verità più alta, forse, arriva dal silenzio per rimanere nel silenzio (questo aveva intuito in Pound, rovesciando attraverso l’”alterità” del ritratto il suo dolore ) e che ognuno, con l’anima in cammino, è sempre alla ricerca della verità.
Per chi, ed è il mio caso, vive nel dubbio, non è facile tollerare l’assolutezza della parola, e il modo col quale è stata fissata dalle religioni; ma la verità di Lisetta Carmi e Daniele Segre non spaventa. Essi cercano una verità mai del tutto risolta: la verità degli uomini che volevano, vogliono e vorranno essere liberi.