Oreste Pivetta / l'Unità

“Il calcio ha dunque il potere di generare entusiasmo come nessun altro avvenimento, di muovere le folle più numerose, ma di contenere tutto entro il mondo magico dello sport, nel quale chi si oppone al nostro risultato è un avversario e non un nemico e, al termine della partita- rimane un fratello”. Questa serena immagine che evoca campi verdi, tifosi affratellati, solidali festeggiamenti, appartiene ad uno dei più noti telecronisti sportivi italiani. E non é neppure tanto vecchia. La si legge nella prefazione di un libro pubblicato un anno fa e dedicato al campionato del mondo in Argentina. Quando insomma le cronache ci avevano già raccontato una infinità di episodi di violenza e di teppismo.
Ma il calcio scritto, non tanto quello dei quotidiani quanto quello di una pubblicistica inaspettatamente vasta, sembra più incline a tramandare quell’immagine idillica piuttosto che a riflettere sulla complessità del fenomeno. Una semplificazione brutale per una operazione commerciale? Gianni Rivera è un idolo splendente, la Juventus è l'amore confessato di tanti italiani, il calciomercato é magari uno scandalo ma la danza del miliardi si giustifica perché affascina ed entusiasma il tifoso, i problemi ci sono, ma si risolvono in famiglia. Il libro che illustra le imprese di un campione o di una squadra assolve sempre l’uno e l'altra: tutti bravi e tutti eroi, ai quali tutto, dal gol fallito al gestaccio provocatore, si perdona.
Poi, a rompere il meccanismo, l'esplosione di violenza, le scritte farneticanti (“uccidere un laziale non è reato”), gli armamentari e i simboli del nazismo e, ora, persino la morte. Ma se questa, con una scelta di interpretazione riduttiva, possiamo “spiegarla” (un incidente? follia improvvisa?); a un tifoso che minaccia 48 ore dopo: “La devono pagare. Per me è come per le “cose” politiche. Ne ammazzano uno da una parte, ne deve morire uno dall'altra”, è difficile rispondere, se non con gli e apelli alla moderazione. Che cosa c'entra la politica, perché una bandiera calcistica è diventata un segno di aggregazione così forte, perchè un'adesione per Io più casuale a questa o quella squadra diventa un tegame tanto tenace e tanto significativo, importante per chi lo ha stretto?
Daniele Segre, in un volume di interviste e di fotografie, “Ragazzi di stadio” a giorni in libreria, edito da Mazzotta — ma se ne vedrà anche una mostra organizzata con la collaborazione del Comune di Torino — ha raccolto testimonianze di giovani che appartengono agli “Ultras” ai “Superstars” ai “Commandos granata”, alla “Fossa dei leoni”, insomma i gruppi di tifosi più accesi di Torino e Juventus.
Che cosa dicono o fanno capire gli intervistati? Che la politica serve solo per riecheggiare qualche dogma estremista, che insieme si rtrovano fascisti, autonomi e qualunquisti, che il tifo nasce senza motivazioni di classe e neppure ideologiche. Il tratto caratteristico è la casualità delle adesioni, è l'incapacità dl spiegare i propri atteggiamenti, i propri gesti.
Sembra che il cerchio si chiuda. Ma allora il mondo è davvero un pallone? Herbert Marcane aveva una sua interpretazione: “Solo nell' ultimo stadio della civiltà industriale quando la crescita della produzione minacciò di travalicare i limiti posti dal dominio repressivo, la tecnica di direzione delle masse ha sviluppato un'industria dei divertimenti che tiene direttamente sotto controllo il tempo libero”.
In un libro di alcuni anni fa (“Il calcio come ideologia” edito da Guaraldi) Gerhard Vinnal ribadiva che il “calcio organizzato fa parte di questa industria che serve a far ingerire e a cementare il principio di realtà dominante, tenendo così in riga le vittime dell'apparato industriale estraneato”. Ma la violenza negli stadi sarebbe allora ribellione politica? Proprio quelle interviste e altre di questi giorni vogliono affermare il contrario e tra noi c'è gente che durante la settimana fa politica, ma al venerdì ci si vede tutti rossi o neri, in sede a preparare gli striscioni per la domenica. Ecco di nuovo l'idea della estraneazione dell'isola. Oppure del “rifugio”, dove ci si ritira in gruppo trascinando con sé tutte le tensioni e le violenze di una società in crisi.