Gabriella Gallozzi/L’Unità

C'è un tempo «buono» nella malattia? Un tempo che valga la pena vivere nonostante tutto. Nonostante un dramma come l'Alzheimer che consuma la mente e costringe ad un quotidiano senza futuro familiari e malati? è il «Tempo vero», quello raccontato nell'ultimo film di Daniele Segre, realizzato dalla Usl di Reggio Emilia e dall'Aima (Associazione italiana malattia Alzheimer), che sarà presentato domani nella città romana nell'ambito della giornata mondiale dell'Alzheimer. Una malattia, ancora oggi poco conosciuta, ma che secondo le statistiche in Italia riguarda 500 mila persone. E solo in Emilia Romagna 49000 persone affette da diverse forme di demenza senile. E, infatti, proprio in questa regione, da sempre all'avanguardia non solo nei servizi sanitari, la Usl ha messo in piedi dei centri di accoglienza per i malati, oltre all'assistenza a domicilio. Ed è proprio a partire da queste «realtà» che la macchina da presa di Daniele Segre ha iniziato a raccontare. Raccontare di uomini e donne, madri e figli di fronte al dramma di una malattia che ti «dà rabbia e paura», come spiegano i testimoni intervistati. «Quando ho scoperto che mio padre stava male – dice una donna – mi sono sentita come se mi fosse passato sopra un camion». Da quel momento, infatti, la vita cambia completamente. All'improvviso, da un giorno all'altro.
«Tutto è cominciato – dice un'altra signora – quando mia madre ha cominciato a mettere il sale nell'acqua tre o quattro volte. La minestra era immangiabile ma lei non se ne rendeva conto. Anzi si arrabbiava tantissimo quando glielo dicevamo. Del resto, però, non potevamo toglierle tutte le cose che aveva sempre fatto in casa». Allora il quotidiano si stravolge. «Mio marito è come un bimbo grande – racconta ancora una signora – Io devo vestire, gli devo dare da mangiare, lo devo cambiare». La vita sociale comincia a sfumare. «Gli amici non vengono più a casa nostra – dice un'altra testimone – ma non perché abbiano paura della malattia, ma perché non sanno come comportarsi con mio marito». La vita in famiglia diventa allora una sorta di resistenza. Resistenza contro il sentimento di impotenza e di rabbia. Di rabbia di fronte alla malattia, parla infatti una ragazza che nell'assistere suo padre ha trovato una ragione di vita. Una delle poche, peraltro, che ha cercato di forzare il punto di vista della «normalità». «Ho tentato – dice – di sentire quello che sentiva mio padre. Di eliminare le crepe del pavimento che gli davano ansia, di mettere colori rilassanti in casa, di eliminare il disordine. Di stare con lui il più vicino possibile». Di vivere insomma un «tempo vero». «Un tempo – sottolinea Daniele Segre – che non puoi permetterti di dilazionare, di perdere. Ma che di fronte all'urgenza della malattia ti impone di darti una mossa. Perché, come ci ha insegnato la cronaca drammatica di questa ultima settimana, proprio quando arriva l'emergenza ti ricordi di quanto è bello ricordare la vita. E questo ho cercato di raccontare nel film: la paura di non sapere cosa può succedere domani. Ma senza rapinare le vite dei protagonisti». E, soprattutto, senza piegarsi allo share della spettacolarizzazione della sofferenza. Ma questo chi conosce il cinema di Segre lo sa già.