Marcello Cella, Elena Pinori- alleo pople.it

Ho studiato questo titolo a tavolino, con Carlo Colnaghi.
Volevamo qualcosa che si ricordasse bene, anche se non significava niente,
e abbiamo trovato “Manila Paloma Blanca”, che ci è piaciuto per la sonorità
delle parole.
“Manila Paloma Blanca” è ciò che grida il protagonista quando viene cacciato
fuori dall’autobus, all’inizio del film.
Ed è un invito per chi è arrabbiato, affinché, invece di bestemmiare, si metta
a gridare al proprio capoufficio: “Manila Paloma Blanca”.
Così chiamano la neurodeliri e vi ritrovate insieme al protagonista
del film a chiedere se vi hanno trovato un alloggio e del Roipnol per calmare
la vostra rabbia contro il vostro capoufficio.

COLNAGHI:IL SUO RUOLO AUTOBIOGRAFICO E CINEMATOGRAFICO
Il film è nato da un soggetto scritto da me e dall’attore Carlo Colnaghi
in seguito al nostro primo incontro, nel 1983.
è stato un lavoro abbastanza lungo, visto che il film è stato girato nel 1992.
La storia racconta degli elementi biografici di Colnaghi.
Lui ha attraversato un periodo di grande fatica e di disagi che per anni
lo ha allontanato dal teatro e dal cinema e che oggi, fortunatamente, è passato.
Per essere sincero, devo dire che, dopo Venezia e dopo tutta questa attenzione
intorno al film, nessuno, e sottolineo nessuno, dei suoi ex colleghi di lavoro presenti
anche al Festival, si è degnato di mandargli un biglietto per dire: “complimenti, bravo,
bentornato”. Questo lo racconto non appena mi capita l’occasione, perché sono
stufo delle troppe persone, anche del mondo dello spettacolo, che vanno a
pagamento nei talk show della televisione a parlare di solidarietà e poi, nei fatti, non
trovano nemmeno ottocento lire per scrivere un bigliettino, affrancarlo e spedirlo.
Era stata proprio questa realtà del mondo dello spettacolo a creare un profondo
disagio in Colnaghi negli anni in cui era uscito dal Piccolo Teatro di Milano e aveva
lavorato con grosse compagnie, riscuotendo anche un certo successo, in particolare
nel teatro sperimentale.
Dopo “Manila Paloma Blanca”, Colnaghi ha fatto altri due film
e adesso sta lavorando in una scuola elementare di Piacenza, dove legge dei brani
di Marquez e di Tabucchi.
Quindi ha ripreso la sua attività e questa è la cosa più bella che ci ha portato il film.
Per quanto riguarda la sceneggiatura, ripeto che lo spunto è stato il nostro incontro.
Successivamente c’è stato un grosso lavoro che ha preso anche le distanze dalla
sua storia. Un momento fondamentale in questa operazione è stato un video intitolato “Tempo di riposo”
in cui lui è assoluto protagonista per 44 minuti e che mi ha dato modo di testare una parte
della sceneggiatura e anche Colnaghi come attore.
Quando il video è stato presentato ed io ho comunicato ufficialmente che il protagonista
di “Manila Paloma Blanca” sarebbe stato Colnaghi, lui l’ha saputo dai giornali.
Non gliel’ho detto personalmente perché volevo che riassaporasse quel gusto dello spettacolo,
che poi è quello che ci appartiene, è il nostro sangue: ci fa vivere, ci fa spegnere,
ci mette dentro il carburante per lavorare, per credere in qualcosa.

IL RUOLO DI LUCA BIGAZZI
Luca Bigazzi è il direttore della fotografia, lo è stato anche in “Morte di un matematico
napoletano”, di Mario Martone, e nei film di Silvio Soldini.
Con Luca abbiamo studiato molto bene la situazione anche dal punto di vista tecnico
e abbiamo deciso di girare in 16mm e poi di gonfiare tutto in 35mm, sia per alcuni problemi che
avremmo incontrato nei vari luoghi delle riprese sia per una mia idea di regia.
Questa decisione, che ha sposato le esigenze artistiche con quelle economiche, ci ha permesso
di fare delle scelte estremamente precise nell’uso della macchina da presa.
Abbiamo usato la macchina a spalla, a parte gli inserti in bianco e nero, e pochissime luci,
girando con una pellicola molto sensibile, la Fuji 500, una delle peggiori in assoluto,
ma che andava bene per ottenere l’effetto che volevamo.
La macchina a mano è stata una scelta necessaria per questo tipo di storia, che non avrei
visto con i classici campi-controcampi,ecc.
Mi interessava un rapporto filmico più preciso rispetto al rapporto con la realtà.
Volevo creare un campo dentro il quale poter attuare dei piani di comunicazione
diversi, che potessero andare dalla finzione alla stessa realtà (anche se qui la
realtà, per la verità, non c’è), per confondere le aspettative dello spettatore.
E credo che il volto, la maschera, di un attore così grande come Carlo Colnaghi sia
stato più che sufficiente per comunicare quello che volevo.
Sicuramente Bigazzi ha impostato un ottimo lavoro, perché ha creato quell’atmosfera
che io desideravo e l’ha riprodotta perfettamente.
Il suo ruolo, fra l’altro anche di operatore, è stato fondamentale nella realizzazione della pellicola.
Noi avevamo già lavorato insieme molte volte negli anni scorsi, e avevamo
creato un rapporto di simbiosi che ci ha permesso di finire il film in quattro settimane,
una in meno di quelle previste.
Ma devo dire che tutto il gruppo ha lavorato bene, gli attori e la troupe, composta per
metà da allievi della mia scuola di cinema, alcuni dei quali sono stati investiti di incarichi
molto gravosi e di grossa responsabilità che hanno svolto in modo perfetto.
Tutti quanti avevamo un valido motivo per credere in questa esperienza e per riconoscerci
nella storia, cosa che spero avvenga anche agli spettatori.
Credo che, se vogliono, anche loro possano entrare in na storia certamente non facile,
ma capace di stimolare la riflessione su degli aspetti delicati dell’esistenza che normalmente
non vogliamo prendere in considerazione.
Ognuno poi fa quello che vuole, può anche rifiutarsi, ma il film stimola e provoca,
e non vuole passare inosservato anche in termini di sensazioni e di sensibilità.
Cioè, più il film agita gli spettatori, più il risultato è quello che voleva il regista.

IL SIGNIFICATO DELL’ACQUA
La scelta dell’acqua è una scelta simbolica. L’acqua si riferisce all’esistere, alla vita,
quindi ad un qualcosa di molto importante nella storia che si sta raccontando.
D’altra parte è anche una colonna sonora per accompagnare la solitudine del protagonista.
Infine, ha un significato rispetto alla simbologia che l’acqua stessa rappresenta.
La vita ci prospetta troppi gorghi ed io, in un certo senso, ho cercato di trattenerla.
Lì, forse, ci voleva qualcosa che desse l’idea di essere totalmente travolti.
Chiaramente è una scelta formale, di rappresentazione.
Un passaggio di tempo e di voglia di vivere che continuamente può cogliere o non cogliere
chi sta esistendo in quel momento.
Il protagonista della storia sta riprendendo contatto con la realtà grazie a questa donna,
ma lui ha dei grossi problemi di disagio nel confrontarsi con questa realtà e non riesce
comunque ad uscirne vincente. Ma per colpa sua, non per colpa della realtà.

L’ACCOGLIENZA DEL PUBBLICO E DELLA CRITICA
Nel momento in cui il film è stato realizzato, nessuno ha voluto dare alcun genere
di contributo, eccetto il Ministero dello Spettacolo.
Per fortuna, il film è stato selezionato per Venezia e da lì si è creata tutta una serie
di occasioni che hanno portato la pellicola sul mercato.
Adesso, insieme all’Istituto Luce, si sta attuando una strategia di distribuzione mista:
nelle sale, dove il film viene messo ‘in tenitura’, e in tutto un circuito di cineclub, che
appartiene più alla mia storia di cineasta.
Il film è stato accolto con molta curiosità, ma non è un fenomeno commerciale e
non era mia intenzione che lo fosse. Questa grossa opportunità mi permette di
farmi conoscere e soprattutto di far conoscere il mio lavoro, cosa molto importante.
La gente mi ha accolto molto bene e non solo nei cineclub. Io sto cercando il
più possibile di seguire queste proiezioni perché sto verificando un mio potenziale
pubblico e quindi cerco di presentarmi, di farmi conoscere e di conoscere, augurandomi
che queste persone che sono venute a vedere “Manila Paloma Blanca”, e che
mi sembra stiano apprezzando il film, tornino anche al prossimo, magari invitino
anche gli amici, così si inizia un dialogo.
Da parte mia, cercherò di non tradirle, perché “Manila Paloma Blanca” nasce
anche dalla voglia di credere nel fatto che esiste un progetto di lavoro.
Per quanto riguarda la critica, mi ha trattato fin troppo bene. Nessuno ha parlato male del
film, il che mi dispiace. Chissà, forse se Gianluigi Rondi, l’Andreotti del cinema italiano,
ci scriverà qualcosa, avrò finalmente una critica negativa.