Pietro Calderoni/ L’Espresso

Doveva succedere. La vittima, Vincenzo Paparelli, uno come tanti che va alla partita per distrarsi e non pensare; uno che dice alla moglie: mettiamoci vicino all'uscita così se succede qualcosa scappiamo in fretta; uno che mentre si sta piegando per raccogliere l'ombrello è ucciso da un razzo che gli fracassa il cranio. L'omicida, Giovanni Fiorillo, un diciottenne come tanti che ha una sola passione, la Roma, e tante incertezze nella vita; uno che per mantenere la famiglia diventa una vittima del lavoro nero, prima barista, poi cascherino, ora pittore edile e ogni tanto qualche piccolo scippo. Uno che rischia di entrare in galera oggi e di uscirne nel Duemila. Ma era davvero impensabile e imprevedibile che in uno stadio si arrivasse all'omicidio? Possibile che non ci fossero mai stati dei segnali d'allarme? Fin troppi ce ne sono stati. Sono più di quindici anni che la partita è sinonimo di violenza. Valgano le cronache: s'inizia il 10 maggio del '55 quando durante l'incontro fra Udinese e Bologna, con i rossoblù in vantaggio, una bottiglia colpisce in testa e ferisce il terzino bolognese Giovannini. La prima caccia all'arbitro da parte dei tifosi inferociti avviene, invece, il 19 novembre del '67, quando Antonio Sbardella rischia il linciaggio durante l'incontro di serie B fra Livorno e Monza per aver concesso un rigore ai lombardi. In questo “guinness” dei primati mancava il mortaretto: eccolo, il primo viene lanciato il 12 dicembre del '70 a Napoli e colpisce il giocatore del Milan, Villa. Da allora, incidenti e aggressioni, la lista degli scontri si moltiplica. Oggi, 1979: allo stadio non si porta più la bandiera e il cappello, ma il casco, la spranga di ferro, la pistola lanciarazzi, la molotov. Dagli spalti al campo: nel solo 1978 ci sono state. sui prati verdi, duemila aggressioni contro gli arbitri, E allora? La verità è che dei segnali precisi, anche prima della “stracittadina” c'erano stati ma tutti si sono tappati le orecchie. Responsabili in parte i tifosi che nelle domeniche precedenti avevano dato da fare, un po' sui tutti i campi, alle forze dell'ordine e responsabile, in parte, anche la stampa sportiva che può contare sulla presenza di ben quattro quotidiani a tiratura nazionale, unico caso in tutto il mondo e che da qualche settimana montava in prima pagina titoloni fin troppo crudi. Prima creando una fittizia e pericolosa polemica, alla vigilia dell’incontro Napoli – Perugia e indicando il centravanti degli umbri Paolo Rossi, come un nemico giurato di Napoli e dei napoletani, solo, perchè durante l'estate aveva rifiutato il trasferimento in quella città. E quella domenica, infatti, giù botte e mortaretti. Poi montando litigi fra giocatori laziali e romanisti. Infine, la domenica mattina, il “Corriere dello sport”,quotidiano romano usciva a tutta pagina così: “Qui derby feroce!”. Poche ore dopo a Roma un morto; a Milano per Inter-Milan: un ferito grave e 18 arresti; contusi anche in Como-Brescia, derby di provincia. “Sono 7 o 8 anni che il fattaccio di Roma sarebbe potuto, accadere in uno qualsiasi degli stadi italiani” confessa un dirigente della Roma. “Se questo è il calcio meglio cambiare mestiere” dicono il terzino della Roma, Francesco Rocca Bob Lovati, allenatore biancoazzurro. Ma perché lo stadio è diventato sempre più una polveriera incontrollabile che riecheggia le immagini di film iperviolenti come “Rollerball”? Di chi la colpa? Dei club, delle società sportive, della polizia? Vediamo.
Il tifo più violento è quello organizzato dai “politici” e da certi club particolarmente vivaci. Il tifo politicizzato è ormai frequente dappertutto: a Napoli e a Varese, per esempio, città dove la destra innesca la provocazione politica sotto forma d'ingiustizia sportiva. A Roma la separazione è netta: romanisti a sinistra e laziali a destra. “Ho visto spesso fra il nostro pubblico dei noti mazzieri neri” ammette Umberto Lenzini, presidente della Lazio. Giacche paramilitari, saluti fascisti, così alcune centinaia di giovanissimi seguono le partite della Lazio. E la Roma? Anni fa i Gag (Gruppi armati giallorossi) gridavano: a Laziali: “Fascisti / per voi non c'è futuro / la Roma è rossa / e i boys picchiano duro “. Domenica scorsa uno striscione diceva: “Lazio-merda: AutOp” (AutOp, cioè Autonomia operaia). Politica nello stadio o slogan presi in prestito dalla politica? La seconda ipotesi sembra più reale. Ma andiamo avanti. Poco tempo fa i controllori della Roma (persone addette a individuare tifosi più esagitati) s'informarono su otto ragazzi sempre in prima fila quando c'era da fare a pugni. La Roma così scoprì che erano elementi di destra e cercò di isolarli. Uno di questi fu bloccato mentre tentava un'invasione di campo a Terni. Minacciò di morte gli inservienti e disse di essere un brigatista: fu subito lasciato andare. Oggi il gruppo più in vista è quello dei Cucs, Commando ultrà curva sud (a cui apparteneva Fiorillo), che imbratta la città con scritte: “La nostra legge è la violenza”. Ed eccoci ai club: Ultrà, i Fedayn, i Panthers a Roma; Commando Tigre, Brigate rossonere a Milano; Leoni a Torino, eccetera. Il club nasce con l’esigenza di assicurare alla squadra molti tifosi in casa e in trasferta. Ai club è infatti dato il compito di organizzare il tifo militante allo stadio. Il tifo è così concentrato in zone circoscritte, dominate dai vari battaglioni. Qualche volta le società finanziano i club in cambio di un controllo sui più scalmanati; oppure essi si autofinanziano tassandosi annualmente, vendendo autoadesivi, bandierine e cappelli. Ecco cosa dicono le Brigate rossonere: “IlMilan due anni fa, quando stava per finire in B e aveva più bisogno del tifo ci regalava qualche biglietto. La settimana scorsa, quando abbiamo chiesto dei biglietti per il derby, a pagamento s'intende, quelli della società ci hanno invece risposto così: “Andate a fare in culo, per voi non abbiamo biglietti”. I club nascono soprattutto in periferia, dove il desiderio di maggiore partecipazione collettiva si riflette anche nel settore sportivo: biliardini, flipper, giochi di carte per stare fra amici, ma luogo di ritrovo anche per gli sbandati del quartiere. “Lo sa che per comprarsi il biglietto qualcuno di noi va a battere?”, rivelano i soci del club milanista. Ma il club e i soci servono alle società anche per altri scopi. Così tempi addietro Giulio Andreotti e Filippo De Jorio, quando erano bisognosi di “claque” a qualche loro comizio, si rivolgevano ai club della Roma. E lo stesso fece Franco Evangelisti anni fa, alla vigilia delle elezioni: offrì una cena a 700 funzionari della Roma, mogli e figli, e fra un antipasto e un pollo li invitò con eleganza a votare per lui. Fu eletto. Ma in questo folle mondo un po' tutto è finito sotto accusa: dalla stampa ai club alle stesse società. Chi parla, in cambio dell'anonimato, è uno dei più anziani controllori della Roma allo stadio. Dice: “Anche noi siamo colpevoli. Domenica, quando è accaduta la tragedia, noi non eravamo ai nostri posti come le norme di sicurezza richiedevano. A causa di una lite con Viti, dirigente della Roma, che ci aveva promesso dei biglietti gratis e non ce li aveva dati, avevamo lasciato tutti i nostri posti di controllo sguarniti. Lavoriamo in un clima insostenibile: nessuno ha mai fatto denuncia ma molti di noi ricevono telefonate di minaccia contro mogli e figli per indurci a non fare troppe perquisizioni al cancelli”. Controlli o no, entrare abusivamente negli stadi è un gioco da ragazzi, e se all' Olimpico una volta sono riusciti a spruzzare vernice addirittura sul prato, a San Siro è stato portato nei parterre anche un asino. L'Olimpico poi è un colabrodo: buchi, feritoie nelle reti di recinzione, addirittura mesi fa c'era un tunnel sotterraneo scavato dai tifosi della curva nord, che sbucava in tribuna Montemario. Al secondo distretto di polizia, quello che ha in gestione I'ordine pubblico allo stadio romano, nessuno vuol parlare ufficialmente, ma ufficiosamente un agente dice: “Abbiamo invitato tante volte le società a riparare e rinforzare le recinzioni, ma loro fanno finta di non sentire. Poi si stupiscono se qualcuno entra con un mortaio: niente di più facile!”.Processo al calcio dunque. E più che di violenza nel calcio sarebbe giusto parlare di violenza del calcio. Ora si correrà ai ripari, si aggiusteranno le reti e colpiranno i giovani colpevoli. La verità è che il meccanismo di questa macchina di miliardi si sta inceppando, checché ne dicano i presidenti delle società. Quei presidenti che dieci anni fa, come Franco Evangelisti, allora presidente della Roma, dicevano: “I tifosi vogliono solo il risultato, non gli importa che la squadra giochi bene e faccia spettacolo: lo spettacolo sono loro quando discutono, urlano, litigano. Guai a frenarli: sarebbe la fine del calcio! “. Guai a frenarli? “La partita, dopo il morto, andava annullata, Cosa siamo, bestie?”, dice un anzianotto con lo stemma degli ex combattenti all'occhiello. Ma come fa, caro signore, un arbitro ad annullare una partita, se non ancora entrato in campo?”, lo interrompe un tipo forbito in doppiopetto color sabbia, interrotto a sua volta da un basettone formato armadio avvolto in un maglione porpora a cervi gialli: “L'arbitro in campo dev'esserci già, lo pagano per questo. Noi che paghiamo, noi c'eravamo da tre ore “, urla a polmoni spiegati Basettoni, che è un romanista passionale. Alla fermata frena un autobus stracolmo, l'anzianotto riesce a compenetrarcisi, ed esce di scena.
“Ammettiamo, al limite, che l'arbitro era già in campo, e avrebbe annullata la partita. Figuriamoci il casino. Al limite. sparavate gli altri razzi, che poi sono stati trovati nel cesso”. Dice un gelido laziale calcolatore, sportellista della banca dirimpetto. Il posto di questo dibattito sul calcio anni '80 è un bar come tanti altri d'una zona semicentrale levantina della capitale d'Italia. Semicentrale perché, a traffico medio, si arriva a piazza Venezia in 30 minuti d'un solo bus, e all' Olimpico con due. Semilevantina per la sporcizia stradale, i dintorni della “Clinica Veterinaria” fittamente minata di stronzi di cane, carrozzieri e idraulici che lavorano sul marciapiede, in perpetua concorrenza dello spazio coi venditori abusivi d'agli e sedani, ferramenta, tegami, vestiti di pezza e ragazzini che praticano il calcio, il tennis o lo skateboard, mentre, ancheggiando come Cleopatre, sfilano le belline del quartiere ancora inconsapevoli che i jeans aderenti sono passati di moda, e quando Io sapranno saranno già incinte. Per la fermata degli autobus lì davanti, questo è anche una specie di porto dove, nell'attesa, ciascuno ascolta e dice la sua a ruota libera sul principale argomento del giorno. Un vecchietto cadente: “Adesso sono maggiorenni a diciott'anni, ma restano bambini cresciuti mai. I bambini, si sa, sono crudeli, danno fuoco ai gatti con la benzina, impalano le lucertole con steli di paglia. Questi qui, con la loro tecnologia, hanno anche i razzi”. Donna di mezzetà, culo mostruoso, ma che in omaggio alla moda giovane, accentua il disastro indossando pantaloni: “E' colpa dell'educazione permessista “. Ragazzuolo biondastro che in omaggio alla sua moda ha la barba, malgrado gli manchi la maggior parte dei peli necessari, per cui lo chiameremo Barbacalva: “Veramente, si dice “permissista”, signora “. Intorno a lui ragazze e ragazzi scoppiano a ridere, e Barbacalva si mette a fare la ruota. I ragazzi stazionano a due metri dal bar, davanti a una saracinesca dove prima c'era un salone di flipper vari. Era il loro unico luogo d'incontro, ci tornano anche adesso che non c'è più, aggrappati a scooter e vecchie auto bollate, come gabbiani al loro scoglio, e i due metri dal bar dei matusa integrati segnano un'incalcolabile distanza generazionale. Voci varie: “Conta il campo della squadra dov'è avvenuto l'incidente”. “Ma allora, quando col Perugia i mortaretti colpirono Manfredonia?”. “Chi glieli vende i mortaretti e i razzi? Mettiamoli dentro”, azzarda un altro, e il barista fa un salto. Lo chiameremo Speedycaffè, perché, per guadagnare di più, fa il suo mestiere con la velocità d'un vecchio film di Ridolini. “Hanno messo in galera un commerciante come me, solo che lui anziché bevande vendeva oggetti da mare, tra cui razzi simili a quello sparato allo stadio, Sarebbe come se mettessero dentro me, perché ti ho già venduto due brandy, e dopo tu vai a fare una rapina col morto “, dice Speedycaffè a un cliente dal naso troppo rosso. Velocissimamente, mentre parla, serve e imposta espressi sotto la macchina, o distribuisce pastarelle, riscuote e restituisce resti senza uno sbaglio. I morti per il calcio sono di serie A. Ai funerali di quel somalo incendiato all'Arco della Pace, il presidente Pertini non c'è andato: a questo qui, calcistico, invece, ci va. “Anche questa è violenza!”, salta su Barbacalva, “Non ci va Pertini, ci va Papparelli, il sindaco “. Papparelli è la vittima, il sindaco è Petroselli. “La colpa sono gli striscioni. Come si fa a sventolare striscioni tipo: “10. 100, 1000 Re Cecconi” dopo che lui era morto? E pensate alla fatica.. Uno striscione è grande, ogni lettera alta cosi che quando uno scrive sono cinque minuti di odio freddo “. Alla fermata frena l'ennesimo autobus, uno sale e se ne va, un altro scende e, se ne ha il tempo, s'infila nel dibattito. Il giuoco dei razzi, sempre aperto in questo bar strategicamente collocato in una zona semicentrale levantina della capitale d'Italia, nell'anno calcistico 79-80.