Massimo Raffaeli/Il Manifesto

Una delle prime e più compiute documentazioni del tifo organizzato, nel volume Ragazzi di stadio (Mazzotta, 1980), si deve ad un allora giovanissimo fotografo, Daniele Segre, destinato a divenire uno dei maggiori cineasti italiani nel segno della tenace attenzione al presente e dunque di un vero e proprio cinema della realtà. Non a caso quel suo libro fotografico aveva già un precedente nel cortometraggio Il potere dev'essere bianconero che torna oggi disponibile in dvd (www.danielesegre.it) a trent'anni esatti dalla prima uscita. Girato in 16 mm., nel luce/ombra che restituisce il grigiore ma anche tutte le abrasioni degli anni che furono detti di piombo, il film dura tredici minuti ed è ambientato a Torino tra i Fighters, gruppo primordiale degli ultras della Juventus. Datato in epigrafe febbraio '78 e scandito in tre parti, il film allude apertamente alla ritualità di una sacra rappresentazione.
Nella sequenza iniziale, si vede uno slargo tra le case popolari di Borgo San Paolo: c'è attesa del prossimo derby e un gruppo di adolescenti sta preparando artigianalmente gli striscioni da esporre e le croci cimiteriali dipinte col colore più odiato; il sonoro riferisce della messa a punto di semplici slogan identitari che si legano alla maledizione del nemico granata a mezzo di improperi scatologici (la parola merda, inflattiva, indica il massimo rigetto e un senso di radicale revulsione) nonché di anatemi che invocano una-cento-mille tragedie di Superga. La sequenza intermedia sorprende i tifosi che si avviano allo stadio sciamando in corteo dal parco del Valentino verso il centro storico; qui le immagini sprigionano un intatto spirito del tempo: non solo e non tanto le sciarpe e i passamontagna, quanto le mani levate col simbolo della P38, i cori che traducono o mimano l'antagonismo operaio-studentesco («E' ora/ è ora/ il derby alla Signora»), le scritte verniciate sui muri dove tornano, contaminate col lessico calcistico, le sigle dell'Autonomia e della clandestinità in armi.
La sequenza finale si apre con l'ingresso nella curva «Filadelfia» del vecchio Comunale (oggi curva «Gaetano Scirea» del rinnovato Stadio Olimpico) nel quartiere di Santa Rita; qui il montaggio si fa più serrato ed ellittico, la macchina va e viene dal campo di gioco, dove ruba solo alcune immagini essenziali, alla curva in cui si assiepano i tifosi e finalmente esplodono l'orgoglio della appartenenza e la rabbia del tifo: la sintassi si deve al contrappunto fra il sonoro (boati, onde cupe, perpetuo rullare di tamburi) e il volto dei singoli tifosi che realizza, senza nemmeno immaginarlo, la gamma emotiva del sacro, dallo stravolgimento doloroso all'euforia di una possibile redenzione. Così come costoro simulano una comunità politica, allo stesso modo realizzano in effigie una fusione mistica. Sappiamo che si tratta di una completa alienazione e tuttavia l'eccesso emotivo e persino coattivo che esige il rito della dépense appare autentico, necessitato da un'urgenza che, evidentemente, non riesce a reperire altrove né una lingua né un senso. Perciò il volto dei ragazzi di Segre continua a parlarci, vale a dire a interrogarci, proprio in quanto esprime con violenza tellurica una domanda di senso che fuori dallo stadio la cosiddetta società civile esorcizza, ovvero nega e volentieri rimuove con l'alibi securitario dell'ordine pubblico.
Al contrario, quei volti sono (e continuano ad essere, oggi più di ieri) segni che ci interpellano, nella loro invadenza e nella loro scorrettezza politica, con inconscia ma autentica disperazione; semplicemente, essi affermano, qui-e-ora, la realtà nei termini con cui la intendeva Pier Paolo Pasolini nel celebre intervento al Festival di Pesaro 1966 a proposito del cinema di poesia (poi in Empirismo eretico, Garzanti, 1972): «Il cinema non è che il momento scritto di una lingua naturale e totale che è l'agire della realtà». Si direbbe, al riguardo, che il cinema di Daniele Segre, mantenga sempre tale vincolo che è in tutto e per tutto religioso, secondo etimologia. In un biancoenero che eredita maestri come Joris Ivens e Robert Flaherty, la sua Torino è la zona arcaica e taciuta, alla maniera di un tabù, della città terziarizzata di oggi, ripulita e quasi agghindata per le continue celebrazioni culturali e per l'afflusso, un tempo impensabile, dei turisti italiani e stranieri. Cancellata dalla pubblicità, la Torino di Segre è invece la medesima che si immola silenziosamente nei cantieri, o nei roghi alla ThyssenKrupp, come testimonia il suo ultimo e davvero straordinario film, Morire di lavoro, dedicato alle persone comuni, alle donne e agli uomini (remoti dalla teatralità politica, ignoti al sistema dei media) che rischiano ogni giorno la vita semplicemente per potersi permettere di viverla.
La Torino di Segre, peraltro, è l'oggetto medesimo di una costellazione nel cui epicentro sta il più grande romanzo di Paolo Volponi, Le mosche del capitale (Einaudi, 1989), relativo ai primi e più pesanti processi di globalizzazione in atto; ma Torino sulfurea e spettrale abita sia un romanzo che parla di balordi e marginali, Domingo il favoloso (Einaudi, 1975) di Giovanni Arpino, sia il giallo metafisico A che punto è la notte (Mondatori, 1979) che si deve alla duplice firma di Carlo Fruttero e Franco Lucentini: né andrebbe dimenticato il contributo degli analisti sociali (attivi sull'esempio pionieristico di Raniero Panzieri) il quale si condensa in almeno due volumi, Lavorare in Fiat (Garzanti, 1989) di Marco Revelli e il dossier, meno noto ma sempre prezioso, I tamburi di Mirafiori (Cric, 1985) di Gabriele Polo. Infine, il bel romanzo di Luca Rastello, Piove all'insù (Bollati Boringhieri, 2006) dove il passaggio d'epoca, tremendo e repentino, si riassume nel semplice attacco di un capitolo: «Del resto è la città dei morti, dove trentaduemila spettri in marcia d'autunno hanno deciso la storia».
Una storia che i Fighters non avrebbero certo immaginato, pari al ceto pedagogico che allora li ignorava o, nel migliore dei casi, li trattava con la stessa degnazione o il disprezzo che si deve alle plebi violente e idolatriche. E' un capitolo rimasto inevaso e che ci condanna a non intendere nulla, o quasi nulla, dell'attuale Neo-calcio di cui parlano da anni su questo giornale, spesso inascoltati, Guido Liguori e Antonio Smargiasse. Per la cronaca, il derby filmato da Daniele Segre è quello del 12 dicembre 1977, disputato fra la Juve di Giovanni Trapattoni e il Toro di Gigi Radice, due squadre autarchiche ma entrambe al vertice del campionato: da un lato i Gentile, Furino, Benetti, Causio, Tardelli, Bettega, dall'altro i Claudio Sala, Graziani e Pulici. Nelle intersezioni del montaggio rapidissimo, si vede che è pieno inverno, che il campo è quasi allagato e che larghe pozze di fango lo incorniciano; così come si vedono i tifosi che si abbracciano ed esultano continuamente, per euforica disperazione, o viceversa. Pare che fu un brutto derby, un'ora e mezzo di semiluce dentro un pomeriggio plumbeo: finì zero a zero, e forse non poteva essere altrimenti.