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Chiara D’Ambros /http://giornaledellospettacolo.globalist.it/

Com’è nata l’dea di questo nuovo progetto cinematografico?
L’idea prosegue la mia ricerca del lavoro con gli attori e il terzo quadro di una trilogia di film ad inquadratura unica. Dopo Vecchie del 2002 e Mitraglie al verme del 2004. Oggi c’è Morituri.

Perché questa scelta dell’inquadratura unica?
Semplicemente è un ground zero cinematografico per superare le convenzioni stereotipate della fiction televisiva e di altre cose che non mi appartengono proprio e che mi permettono di lavorare in modo più proficuo con gli attori o con le attrici, come in questo caso, che ne vede in scena tre.

Si potrebbe dire un lavoro con gli attori “più profondo”?

Beh si, di fare un lavoro serio sull’impostazione della recitazione e di poterla accompagnare nello svolgimento e nello sviluppo della storia e di poter avere il totale controllo dello sviluppo della storia anche da questo punto di vista, che è una cosa che mi diverte molto e che mi appassiona. Anche questa scelta di fare tre film di seguito ad inquadratura unica è proprio legata a una mia voglia di imparare, curiosare, scoprire e raccontare, in modo tra virgolette “non convenzionale”, evitando di cadere in stereotipi che sono un po’ contrari alla mia etica cinematografica.

In tutto il suo lavoro e nella storia che si racconta in questo suo ultimo film risulta centrale “la relazione”. In questo ultimo lavoro sembra centrale la relazione tra queste tre donne tesse la storia.
Si è tutto strettamente connesso. È come se fosse una sinfonia di accordi che devono funzionare le attrici sono i miei strumenti musicali, quindi devono essere perfette in ogni momento, specialmente nel momento cinematografico dove, diversamente dal teatro c’è il vincolo dell’inquadratura, per cui per le attrici diventa quasi un’ossessione sapendo che se per caso in un piano sequenza di 30′ sbagliano al 28° minuto bisogna ricominciare da capo.

Si potrebbe proseguire con la metafora musicale rispetto ad altre due caratteristiche di questo lavoro: la prima che si riscontra una forte geometria in esso, proprio come in una partitura musicale, la seconda è le tre attrici sono come tre note musicali differenti ciascuna con la propria tonalità e intensità.
Assolutamente sì, ed è la storia, almeno dal mio punto di vista è la forza della storia che si racconta, che sta proprio nel fatto che la tipologia dei personaggi è assolutamente diversa. Sono tre interpreti femminili Donatella Bartoli interpreta Nora che è l’addetta che riceve le urne nel cimitero, Cristiana Catalano che interpreta il personaggio di Aurora che è un po’ l’operaia del cimitero, quella che sistema i fiori e un po’ tutto e invece Olimpia interpretata da Luigina D’Agostino è una signora borghese che arriva a portare l’urna del marito scomparso da poco.

Di queste tre figure Aurora ha un rapporto molto forte con l’esterno, ha un continuo contatto telefonico, mentre Nora si rinchiude nel mondo del cimitero e parla con le fotografie dei morti.
Sì, lei ha un rapporto molto personale, direi affettivo, quasi morboso con alcune fotografie di alcuni morti di cui conosce tutta la loro vita, i dettagli. È una consuetudine per lei salutare i suoi cari perché siamo in una storia che si vogliamo definirla, è una storia noir che passa dal comico, all’ironico al drammatico all’inquietante.

Parlando dei tre personaggi Olimpia sembra invece un personaggio a sé, rispetto alle altre due sembra avere un rapporto con la morte quasi vitale, ed è un po’ il personaggio che oltre ad essere un personaggio distinto, quello che si distingue?.
Intanto preciso che sono tutti e tre personaggi molto particolari che alla fine risultano non essere come si erano presentati all’inizio e questo è uno degli elementi curiosi e al contempo inquietanti della storia certamente tra Aurora e Nora c’è un rapporto di complicità dato dalla consuetudine della quotidianità di lavoro, mentre Olimpia irrompe in questa quotidianità e con la sua diversità borghese diventa speculare e un elemento di forte contrasto rispetto alle altre due e lì drammaturgicamente diventa una cosa curiosa. Nelle mie intenzioni – poi si deve vedere il film e il risultato teatrale – si passa dalla comicità alla drammaticità alla quale si arriva nel secondo dei due atti. La storia, infatti, si sviluppa in due atti, il primo si svolge nel primo pomeriggio e il secondo tutto svolto di notte. Il primo atto è un unico piano sequenza di circa 30′, quindi per gli attori comporta un impegno non da poco perché nel caso ci fossero degli errori, bisogno cominciare da capo. Mentre nel secondo atto i piani sequenza sono nove per il fatto che le attrici che in scena esce di scena e questo mi permette di riprendere da dove eravamo rimasti.

Quindi un’idea anche di montaggio particolare.
Certo. Infatti è un montaggio che esiste già a partire dalla scrittura; tutta la consequenzialità drammaturgica deve essere già precisata, più o meno in fase di scrittura, poi durante le prove si mettono a punto definitivamente i dialoghi e quindi anche la struttura drammaturgica e questo è poi il vincolo che deve essere seguito nella realizzazione del film.

Usa una terminologia “atti, prove, drammaturgia” che richiama ad un modo teatrale più che cinematografico.
Beh è una questione di punti di vista ma certamente c’è una prospettiva teatrale come per vecchie che è stato poi in scena per due stagioni debuttando nel 2013 al Piccolo Eliseo di Roma, mitraglie al verme non è stato in teatro ma tranquillamente poteva andarci e morituri che avrà una sua prima in forma di studio teatrale il 15 di gennaio qui dove abbiamo girato il film nel teatro di San Pietro in Vincoli di Torino.

La scelta della location: un cimitero.
Dove abbiamo girato il film e dove rappresenteremo lo studio teatrale è stato un vero cimitero, che è ora un cimitero sconsacrato, San Pietro in Vincoli, ma è famoso a Torino perché era il cimitero degli impiccati, dove i condannati a morte dopo l’esecuzione venivano sepolti. Quindi è già di per sé un’ambientazione mortuaria con i fregi mortuari e quant’altro. noi abbiamo costruito due pareti di loculi come scenografia più una terza parete che non esiste ma che è delimitata da elementi che permettono alle attrici di relazionarsi con la parete che lo spettatore sia cinematografico che teatrale ha di fronte e sponsorizzata dai fiorai del cimitero che con lo slogan “i nostri fiori vivono più a lungo” hanno regalato questa scritta luminosa che testualmente ha scritto “riposate in pace” e che è accesa per tutto il secondo atto con tutti i lumini attorno. Quindi, c’è proprio un contrasto particolare tra la prima e la seconda parte ed è un progressivo creare un’inquietudine molto forte notevole.

Oltre che dal punto di vista visivo, anche dal punto di vista sonoro un cimitero, seppure sconsacrato, ha un’atmosfera particolare, che attenzione è stata data al suono del luogo e nella caratterizzazione dei personaggi?
Rispetto alle attrici non c’è nessuna caratterizzazione linguistica con accenti regionali, recitano in italiano senza inflessioni dialettali e sia nel primo che nel secondo atto dai cosiddetti diffusori del cimitero c’è il suono di improvvisazioni di arpa, nello studio teatrale che in quanto tale è ancora una fase di esplorazione per lo spettacolo teatrale vero e proprio, verrà un’arpista che è Gabreilla Bosio che da 40 anni insegna al conservatorio di Torino, che soprattutto nel secondo atto in cui ci sono dei cambi di costume farà anche degli intermezzi di arpa.

Perché proprio l’arpa?
Perché secondo me è uno strumento adatto a dare atmosfere dolci ma anche inquietanti, quindi è lo strumento giusto per un ambiente come il cimitero, tranquillizza ma può anche agitare a seconda degli accordi che si usano. Poi è tutto in funzione del testo almeno per quanto riguarda il film perché la musica verrà applicata proprio in modo scientifico, preciso, mentre in teatro l’arpa sarà di accompagnamento tra gli intermezzi per lo più.

Le riprese sono appena finite, a quando l’uscita del film?
Le riprese sono finite da poco, si deve fare tutta la parte di post produzione sonorizzazione quindi immagino sarà pronto tra un mese circa, compatibilmente con i miei impegni professionali come centro sperimentale all’Aquila dove sono direttore didattico, dovrebbero essere terminati. Poi vedremo.
Ci tengo a dire che il film è stato sostenuto dalla Piemonte Film Commission grazie alla quale ho avuto un piccolo sostegno economico ma anche e soprattutto la possibilità di provare negli spazi della Film Commission tutto il lavoro con le attrici in modo da arrivare poi qui sul set preparati perché è una cosa molto complessa per gli attori, quindi c’era bisogno di una preparazione rigorosissima che mettesse in condizione gli attori di essere tranquilli psicologicamente perché la condizione di sapere che se per caso sbagli devi ricominciare da capo è fonte di grande stress. Che è comprensibile ma è necessario, per questo modo di fare cinema. Non è come la fiction che dopo un minuto dai lo stop e ti trovi di fronte a degli attori a volte che dopo 10” non si ricordano più la battuta. Sia per Vecchie che per Mitraglie al verme che per Morituri mi sono avvalso di attori di derivazione teatrale che sono dentro ad un processo non a un momento e per il cinema che faccio io è una condizione necessaria per poter esprimere il senso di quello che voglio raccontare e per poter lavorare in modo proficuo con gli attori che è una cosa che mi diverte e appassiona moltissimo.

Prima diceva che ha un approccio non convenzionale al cinema, ci può dare dei tratti del suo fare cinema?
Per me fare cinema lo intendo a 360°, detesto le etichette, mi occupo di realtà di finzione, di teatro, di esprimere quello che penso e che voglio raccontare per me questo è fare cinema, da quando esisto come regista, forse in modo un po’ eccessivo ma non mi sono mai posto problemi di mercato, non perché sono ricco, ma perché ho bisogno di potermi esprimere e di dire quello che penso e fin’ora sono stato fortunato perché l’ho sempre fatto malgrado le ristrettezza, sono sempre riuscito. Il film come tutti gli altri film che ho fatto è prodotto dalla mia società “I Cammelli” in questo caso sostenuto dalla Piemonte Film Commission e resisto, è una resistenza culturale grazie alla quale io posso continuare a pensare, ad esprimermi, a fare ricerca e a partecipare a dare un contributo al mio Paese, sia per quanto riguarda il mio intervento di cinema sul reale, che per quanto riguarda queste opere tra il cinema e il teatro.