Silvana Silestri/ Il Manifesto

Chiude oggi il Bellaria film festival, anteprima per il cinema indipendente italiano
Edizione 23 «Mitraglia e il Verme» di Daniele Segre, più forte dei divieti di mercato. Chiusi nel bagno pubblico dei mercati generali, il guardiano e l'usuraio disegnano le contraddizioni epocali. Protagonisti Antonello Fassari e Stefano Corsi, un duetto di devastante verità

Il Bellaria Film Festival (2-5 giugno), Anteprima per il cinema indipendente italiano, ha inaugurato la sua 23ma edizione. Ventitré edizioni non sono poche soprattutto se si pensa che buona parte della metà si sono svolte sotto governi benedetti dall'attuale ministro della cultura. A dispetto di tutto resta il sostegno invariato degli enti locali al festival, seguito dai giovani come una delle poche vetrine del loro lavoro. Lo specchio del mondo in cui stiamo vivendo ce lo dà il cinema e quello dei giovani è spesso rivelatore quando non è allineato a quello dei mestieranti, ma il film che rappresenta il perfetto stato delle cose è Mitraglia e il Verme di Daniele Segre che, con Morando Morandini e Antonio Costa, dirige il festival. In realtà siamo venuti a Bellaria innanzi tutto per fare i conti con questo film che dalla sua presentazione ci sfida imponendosi con la sua energia: ecco dipinto il chiuso mondo del nostro paese, le sue contraddizioni principali e secondarie, attraverso due protagonisti che si muovono nel bagno pubblico dei mercati generali, due location fin troppo sofisticate per la realtà circostante.
Il malessere che dà il film è giustificato se, parlando con Antonello Fassari, dalla recitazione fulminante, dice di essersi a un certo punto ritirato dal progetto perché quel personaggio gli smuoveva dentro qualcosa che non voleva tirare fuori. Solo dopo un po' ha ripreso in mano il suo personaggio. Ci possiamo credere, visto che il suo Mitraglia è l'immagine stessa del marcio del paese, come se portasse sulle spalle tutto il malessere epocale, c'è voluto grande ingegno per costruirlo, così come per il Verme, interpretato da Stefano Corsi, complice con il suo vittimismo, la sua subalternità rancorosa, il tono lamentoso del popolo che irride perché resta suddito, abituato a contare pochi spiccioli e sperare nelle vincite al gioco.
Mitraglia e il Verme è certo uno dei migliori film di quest'anno (è stato anche inserito nella lista dei migliori quindici che andranno al Festival del cinema italiano a Roma) anche se non è ancora uscito nelle sale perché senza distribuzione, oltre ad avere ottenuto da pochissimo il visto di censura al ministero che non prevedeva film in digitale nonostante la tendenza generale del cinema sia ormai questa.
Invece ecco che questo colossal da camera si rivela più forte dei divieti di mercato e, attraverso la recitazione di due monologhi prima improvvisati, poi ricomposti con la sapienza da manipolatore di arti occulte (come: capire, saper vedere, osare, rispettare) di Daniele Segre che è un documentarista del genere umano, anomalo agitatore di coscienze, ha assunto infine la forma di film, duetto di devastante verità. L'interazione avviene tra un commerciante all'ingrosso e un addetto ai bagni pubblici, un cravattaro, come si dice a Roma, un usuraio senza scrupoli e il Verme, un uomo di scarsa qualità che rischia di perdere anche il suo misero posto e ha dato il soprannome di Mitraglia al suo più fedele cliente in maniera quasi scientifica, per via dei calcoli «mitragliati» nel pisciatoio, Stanlio e 0llio della recessione, psicodramma del disastro. Il film è stato realizzato ben prima della ufficiale dichiarazione di gestione fallimentare del paese, è stato anche interrotto e poi ripreso per motivi produttivi, già catturando con evidenza quello che era ben chiaro a tutti: il disastro morale di un paese, racconto di due tipologie senza tempo che convivono in rapporto di complicità, tra vittima e carnefice, dominanti e dominati. «Io sono paziente – dice Daniele Segre riferendosi alla mancanza di distribuzione, ma poiché è un autore autenticamente indipendente, tra i primi in Italia a indicare come fare, aggiunge -porteremo lo spettacolo in teatro come abbiamo già fatto con Vecchie, con successo».
Cinema indipendente significa infatti anche che un film non viene fatto perché commissionato in un certo modo, al contrario è ancora un ambito in cui ci si può esprimere civilmente: così a Bellaria abbiamo visto riuniti alcuni tra i film più interessanti della stagione, piccole distribuzioni, poche copie e alto livello di interesse come Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, La spettatrice di Paolo Franchi, Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, film che fanno parte della sezione Premio Casa Rossa in collaborazione con il settimanale Film Tv, la rivista fatta da giornalisti e critici per appassionati di cinema di tutte le pratiche, l'unica a cogliere nel palinsesto televisivo anche film che non siano contenitori di pubblicità. Il premio Casa Rossa quest'anno in apertura di festival è andato a Cartoni animati di Franco Citti «con la fraterna collaborazione di Sergio Citti». Ne parlavamo proprio con Sergio Citti l'altro giorno: «vorrei ricordare, diceva, che i Citti sono due: io, Sergio, faccio il regista, mio fratello Franco fa l'attore, lui non potrebbe fare il regista, prenderebbe per il culo tutti. Una volta un giornalista gli ha chiesto cos'è per te il cinema? Lui ha risposto: 'il cinema è quella cosa che paghi un biglietto e quando entri te lo strappano». Franco che non può parlare e ha un'espressione più triste di Edipo, il suo sorriso aperto lo ha lasciato tutto in Cartoni animati, con il suo personaggio scanzonato e solitario («volere bene sempre, innamorarsi mai» è il suo motto), apologo con Fiorello dichiaratamente zavattiniano, tutto dalla parte della povera gente nella desolante trasformazione capitalistica che ha lasciato in dono «l'anomia», come la chiamano i sociologi, la perdita dell'allegria come dice Sergio Citti.
Mentre un videomagazine quotidiano è confezionato dagli studenti di montaggio del Centro sperimentale, girato da studenti di cinema provenienti da più parti, sono sempre affollate le proiezioni dei programmi degli autori (età media intorno ai trent'anni). Quali autori amano? Gli orientali, i portoghesi, ma anche inaspettatamente i fratelli Dardenne, come dice Mirko Locatelli che racconta dalla sua sedia a rotelle la storia del suo Come prima fatto di sottili suggerimenti visivi, su quello che succede dal giorno dopo la dismissione dall'ospedale di riabilitazione, prodotto dalla moglie Giuditta Tarantelli con la casa di produzione che hanno formato, l'Officina Film di Milano, autori anche di un sito per cineasti indipendenti (www.cinemaindipendente.it). Fratelli gemelli ventiseienni Massimiliano e Gianluca De Serio con Mio fratello Yang entrano nel chiuso mondo della comunità cinese di Torino per indagare sulla leggenda metropolitana del perché i cinesi non muoiono mai, attivi fin da quando uno dei due girò un corto con trentamila lire per conquistare una ragazza (ci riuscì), sofisticati cultori della forma come espressione politica. Di dichiarato contenuto politico e realistico è invece Santiago di Paolo Borraccetti, storia di desaparecido. La sua è una strada che alcuni cineasti giovani intraprendono, la via delle università di cinema negli Usa. Agli altri non manca l'ingegno.