Angela Azzaro / Liberazione

Un tramonto rosso fuoco, appena spezzato da strisce di nuvole. In lontananza un sole, di quelli incredibili che si vedono nel Campidano, nella provincia di Cagliari, che sta per esplodere illuminando ormai debolmente terre già africane. Inizia così il tragico e commovente “Asuba de su serbatoiu”, il film di Daniele Segre che per la sezione Nuovi territori è stato proposto ieri e in replica oggi alla sala Volpi e alla sala dell'Excelsior. Il regista torinese, che al dramma occupazionale della Sardegna aveva già dedicato “Dinamite”, segna con un tramonto che evoca fine ma anche speranza il suo viaggio in una realtà di grande desolazione. A guardare la fine del giorno sono quaranta operai della Nuova Scalini di Villacidro che si stanno recando a Cagliari per prendere il traghetto diretto nel continente, a Roma, dove raggiungeranno la sede dell'Agip. Vanno per chiedere nulla più del dovuto: per conservare il posto di lavoro e avere garanzie di non essere trattati come merce ma come esseri umani.
Segre, che è riuscito a rendere una storia drammatica in maniera allo stesso tempo intensa e misurata, fa un passo indietro nel racconto, al momento del suo arrivo nella fabbrica occupata. Sul serbatoio, che tradotto nel sardo di quelle parti si scrive come il titolo “Asuba de su serbatoiu”, ci sono sei operai saliti per protestare e appoggiare la lotta dei compagni. Hanno il volto coperto con un fazzoletto, dormono in una tenda, sotto di loro un gas che potrebbe essere fatale. E' vedendo un servizio tv che al regista viene l'idea di partire per raccontare una nuova storia della zona, in pochi anni passata da 5000 operai a poco più di seicento. Alla Scalini inizialmente erano 500, con le varie ristrutturazioni sono diventati 152, nel luglio 2000 tutti quanti a rischio di occupazione. Si sa, in tempi di globalizzazione capitalistica spietata, la concorrenza viene prima di tutto e l'Agip, privatizzata, vuole liberarsi della fabbrica sarda.
Segre entra con discrezione nelle storie e nella disperazione, racconta dolore, dignità e la rabbia che può esplodere da un momento all'altro, come quella dei minatori che a pochi chilometri da là, in pochi anni, sono stati fatti fuori.
Le speranze si alternano alle delusioni, il futuro diventa sempre più incerto. Gli operai, rimasti a sorvegliare strutture che producevano batterie per macchine prima esportate in tutto il mondo, ne hanno sentite di tutti colori, promesse mai realizzate, mentre la disperazione diventa sempre più forte, assordante. Fino alla chiusura della fabbrica, lo scorso anno, con 152 operai in mobilità che vivono con 1.200.000 al mese, senza lavoro, senza futuro.
Nella sala Perla dove viene proposta la prima proiezione, l'applauso che accoglie la fine del film e lungo e commosso. Con un ritmo che tocca la ragione e il cuore, Segre e gli operai protagonisti della storia hanno spiegato concretamente la realtà della globalizzazione, hanno descritto con i loro corpi che cosa sia esattamente concorrenza e libero mercato. Accanto a Segre, a Venezia, c'è Valter Saiu, uno degli uomini – quasi tutti quarantenni – che ha portato avanti la lotta. E' emozionato, la storia del film per lui non è ancora finita, è ancora quotidianità, ricerca di un domani diverso. Racconta con voce rotta: «La nostra vicenda va avanti. C'è la speranza che almeno sessanta vengano riassunti. Non certo noi che abbiamo fatto le battaglie sindacali. Ma non importa, siamo disposti a tutto purché alcuni compagni possano uscire da questa situazione. Quanto a noi, andremo in giro per l'Italia, per tornare in Sardegna al momento della pensione». E aggiunge: «Siamo grati a Daniele che con il suo film ha dato visibilità alla nostra storia anche al festival di Venezia. Quasi tutti i giornali nazionali si sono disinteressati al nostro caso, sembra che non esistiamo. Ma la Sardegna non è solo un bel posto per le vacanze: noi sardi non vogliamo fare esclusivamente i camerieri, vogliamo industrie, strutture, un tessuto lavorativo degno di questo nome».
Il problema della visibilità di storie che i media si guardano bene da rendere pubbliche è il nodo intellettuale (e umano) che sottende il lavoro straordinario svolto da Segre. Un impegno non facile, sempre più a rischio, perché anche lui come gli operai della Nuova Scalini rischia di diventare un fantasma. Il film sull'“Unità” che l'anno scorso era stato proposto a Venezia nella sua interezza – un documento di grande valore politico e filmico – non ha trovato spazio in nessuna televisione. Il rischio è che anche “Asuba de su serbatoiu” trovi gli stessi impedimenti. Venezia va bene, ma poi: a chi interessa la storia di 152 uomini che in pochi anni perdono il lavoro, rischiano di perdere la stima che hanno di se stessi? «La sorte che ha questo tipo di cinema è molto difficile -spiega Segre – a tal punto che per me sta diventando sempre più problematico continuare a fare il regista. Non è una lamentazione è la descrizione di uno scenario nel quale la democrazia dei media non esiste». Per Segre, e come non concordare, la storia degli operai che, a rischio di vita, salgono sul serbatoio, non è un caso isolato, un episodio marginale, che non rappresenta più niente e nessuno. «“Asuba de su serbatoiu” è un film simbolico – spiega – che vuole andare oltre il racconto di quella specifica condizione per descrivere quella più generale dell'intero mondo del lavoro. La Nuova Scalini non è un caso isolato è l'esempio emblematico della perdita di diritti che sta avvenendo, ovunque, da parte dei lavoratori. Siamo in un paese dove essere licenziati tra poco sarà possibile senza problemi, e dove chi è del sindacato è definito reazionario. No, non è un caso isolato, la storia degli operai di Villacidro è frutto di una realtà estesa dove la concorrenza vale più della pace sociale. Per questo – continua – è importante che gli operai conservino la loro dignità. Non concordavo con gli uomini sul serbatoio che si sono messi un fazzoletto per non farsi riconoscere. Era come ammettere che stavano facendo qualcosa di sbagliato. All'inizio non volevo girare. Poi però ho accettato perché la loro paura nasceva dalla disperazione, dalla vergogna, da una terribile solitudine. Il futuro che ci aspetta è molto critico, ma bisogna resistere, resistere a testa alta. La storia dirà chi aveva ragione».